0103. Quarantasette

– Finché c’è vita c’è speranza…

– Direi piuttosto: “Finché ci sono domande c’è speranza di esser vivi”

0098. Nausea

Sto per assumere i connotati dell’urlatore di Munch! Non tanto per la reclusione forzata, quanto per l’inarrestabile, implacabile, asfissiante, riflusso di retorica che arriva da ogni direzione; ed a cui è difficilissimo sfuggire. Ma dico io, non avete di meglio da fare che dare “buoni consigli” agli altri o mostrarvi mascherati per l’occasione da impavidi ed altruistici eroi o ancora da zelanti martiri per il bene della collettività? Quando magari fino a ieri del prossimo ve ne fottevate, esattamente così come ve ne fotterete dopodomani? Invece no, il consueto vizio non si smarrisce mai, ed è sempre più facile improvvisarsi sofisti o impancarsi a maestri di vita invece di fermarsi ad osservare la miseria del proprio orticello; e queste circostanze sono per molti la manna dal cielo, un occasione insperata di vivere(sic!) almeno un giorno da protagonisti. Piuttosto sarebbe da riflettere sulla improvvisa metamorfosi questa storia del virus ha messo in atto, che ci sta rendendo incredibilmente somiglianti alle blatte di kafkiana memoria. O forse lo sta solo mettendo in evidenza quale tratto implicito del nostro genoma più primitivo.

Cinicamente

0097. Per esempio: l’amore (Parte I)

L’amore è “un altra cosa” cantava smarrita in una struggente canzone Arisa al cospetto dei suoi “capricciosi” e repentini mutamenti. L’amore è “quel che è” scriveva Erich Fried in una celeberrima poesia, cogliendone l’indefinibilità, le contraddizioni ed i paradossi. L’amore “move il sole e l’altre stelle” sanciva invece lapidario ed efficace il sommo vate centrando in pieno il bersaglio. Ma cos’è aldunque l’amore? L’amore è una forza, anzi, è LA forza in cui rientrano tutte le altre forze. È la forza che spinge ad agire e ad interagire ogni ente esistente. È ciò che Anima il Cosmo, dal micro al macro. Causa di ogni forma, sistema e struttura; nonché della loro dissoluzione trasformativa. È il mezzo attraverso cui i sogni di Shiva si proiettano sui veli di Shakti rendendoli fattuali o, detto in termini occidentali, ciò che permette la trasmissione del moto dal “motore immobile” alla realtà come da noi intesa e conosciuta, il collegamento tra iperuranio ed uranio. Prende le sembianze di leggi fisico-chimiche nella materia inanimata o si traduce in direttive microbiologiche, istinto e pulsioni negli esseri viventi. Fino ad essere percepito(anche) come sentimento, passione, emozione, desiderio, trasporto, moto empatico ed altruistico in esseri dotati di una coscienza superiore; nella quale categoria noi umani(a stento) rientriamo. L’amore è l’intento volitivo dell’Assoluto, della Coscienza creatrice ed impersonale alla radice dell’esistere. Frasi come “Dio è amore”o, ancor meglio, “Tutto è amore” sono quindi ontologicamente corrette e veritiere, ma c’è un ma: ciò che noi cataloghiamo come “amore” è solo un infinitesimale sottoinsieme della vastità universale che esso omni-comprende. Ed è questa ristrettezza di visuale ed interpretazione a spingere il nostro miserrimo intelletto parzializzatore a definire folle, incomprensibile ed irrazionale ciò che è invece, perlappunto, quota parte nell’espressione della più suprema delle logiche e delle ragioni. Fatichiamo ad intuire un ente impersonale, ovvero privo di ego e di personalità; di attributi che permettano individuarlo e definirlo, poiché esso li possiede al contempo tutti e nessuno. Un ente che non è ne buono ne cattivo, ne emotivamente coinvolto o coinvolgibile in una qualsivoglia maniera, ma semplicemente intento ad essere; ovvero a manifestarsi in tutte le proprie infinite possibilità espressive ed a rendersi autoconsapevole di esse. Ed ognuno di noi è una di queste possibilità espressive, con in dono un certo grado di autonomia decisionale e co-creativa; una sorta di insieme di variabili indipendenti in un sistema algebrico inconcepibilmente complesso. In questo senso, e solo in questo senso, noi siamo creature fatte “a sua immagine”. Nostro malgrado tuttavia il nostro esserci è funzionale e necessario a chi ci ha ideati; e tutto ciò nulla ha a che vedere con un guadagno per noi in termini di felicità o paradisi da ottenersi facendo i “buoni” e “amando Dio”. L’interesse del nostro ideatore per noi è costituito esclusivamente dal prodotto della metabolizzazione emotiva e razionale delle nostre esperienze, ossia la conoscenza trasmutata in consapevolezza. E quella medesima consapevolezza costituisce al contempo la nostra(eventuale) ricompensa, poiché essa è il materiale con cui poter costruire e sviluppare una propria coscienza autonoma; quella “cosa”, quel “contenitore”, comunemente ed impropriamente chiamato “anima”, e che non è affatto dotazione di serie. A tal proposito è illuminante la sagacia del grande John Keats nell’osservare che: “Questo mondo viene di solito chiamato, dai superstiziosi e dagli ignoranti, “una valle di lacrime”, da cui saremo redenti grazie a qualche arbitrario intervento di Dio, e portati in cielo. Che concetto ristretto e rigido! Piuttosto, se vi va, chiamiamolo “la valle che forma l’anima”. Allora, sì, sarà possibile comprendere a che cosa serve il mondo […]. Io dico che forma l’anima, distinguendo l’anima dall’intelligenza. Ci possono essere intelligenze o scintille della divinità a milioni – ma non ci sono anime finché le scintille non hanno raggiunto un’identità, finché ognuna non è individualmente sé stessa. Le intelligenze sono atomi di percezione: conoscono, e vedono, e sono pure; in breve sono Dio. Ma allora come si formano le anime? Come riescono queste scintille, che sono Dio, a ricevere un’identità, così da possedere una beatitudine propria, specifica di ogni singola esistenza? Come, se non grazie a un mondo come il nostro?”.

questo post necessita revisione e sarà quindi, tempo permettendo, aggiornato in futuro; anche eventualmente dopo la pubblicazione della seconda parte