0128. A scuola da mamma Natura

Anche in missione commando dietro le linee nemiche per procurarsi qualche vettovagliamento, può capitare di imbattersi in piccole cose imbarazzantemente belle e piene di significati:

Fiori della passione nascosti a ridosso di un piazzale per noleggio furgoni
Just for me!

LEZIONE PRIMA: le passioni più belle nascono nella discrezione, spontanee ed inaspettate. Come questi fiori, magari tra le decine di migliaia di foglie tutte uguali, anonime, spente e monocolore di una siepe dozzinale. Un fondale che le passioni risalta ed esalta vieppiù

LEZIONE SECONDA: la natura usa forme simili per cose diversissime tra di loro. Mettiamo per esempio la “rosa”, simbolo inequivocabile dell’amore(e della consapevolezza); almeno in questa parte di mondo. Abbiamo il classico fiore, appariscente, delicato, vulnerabile, transitorio tanto da sfiorire in breve tempo. Abbiamo poi delle piante succulente a forma di “rosa”, dimesse nell’aspetto ma tenaci e resistenti, si abbarbicano in verticali impossibili e sono capaci di sopravvivere quasi senza acqua. Abbiamo poi dei frutti, che “arrivano dal cielo” e che contengono e rilasciano semi, come quello che tengo in mano, coriacei e durevoli, ancora biologici ma quasi a sfiorare l’inorganico, si mimetizzano con il terreno e bisogna essere attenti per scorgerli ed ammirarli. In un ipotetica scala progressiva vengono poi le “rose” minerali, completamente svincolate dalla “carne”, cristalline, immutabili e quasi invulnerabili al circostante ed al tempo. E poi da ultime potremmo ipotizzare delle “rose” puramente energetiche, la cui forma è solo ideale, invisibili eppure luminose, immateriali ed eterne come quella descrittaci dai dolcestilnovisti, ed ai quali mi vien, personalmente, di prestare molta fede ed attenzione

0053. Barocco

Johannes Vermeer (ca. 1659)

Si mescolano e rimescolano, senza posa, luce ed ombra, verità e menzogna, gioia e sofferenza, speranza e disperazione, promesse e tradimenti, sacrificio e crudeltà, sangue e sudore, vita e morte; ed il turbine capriccioso, cagion di cotanto scompiglio, oso chiamare amore

NEC MORTEM EFFUGERE QUISQUAM NEC AMOREM POTEST

Stefano Landi (1587-1639), “Augellin” (Testo)

0038. Per esempio: Siena

Più di qualche esperienza di furto di proprietà intellettuale, una certa gelosia e la difficoltà nello spiegare in maniera comprensibile contesti, collegamenti e significati al pubblico uditorio mi hanno portato ad essere estremamente avaro nell’elargire anche solo in parte la moltitudine di piccole e grandi scoperte in cui mi sono imbattuto in anni di “cammino”. Ma datosi l’aver acquisito la ragionevole certezza di una meravigliosa semi-invisibilità, e datosi che siamo già un passo oltre l’orlo dell’abisso di follia che presto inghiottirà quel che resta del genere umano, trovo sia giunto il momento giusto per potermi concedere il lusso di alcune condivisioni. A parte qualche cacciatore di like o qualche “scrittore/scrittrice” impegnato ad autopromuoversi, e che quindi neppure leggeranno, su questo blog ti ci può giusto portare il destino; ed io ci credo fermamente nel destino. Così per questi ipotetici “unti dal Signore”(sic!) lascerò qualche segno sui muri del labirinto in cui ognuno di noi è inserito perché siano di orientamento; o disorientamento, chissà 😉

Molti conoscono le bellissime tarsie pavimentali del duomo di Siena. Qualche amante di misteri idioti e strumentalmente depistanti “alla Dan Brown” saprà dell’Ermete Trismegisto e di altre allegorie bizzarre(per noi) ivi rappresentate e/o anche del SATOR inciso all’esterno dell’edificio. Tutta paccottiglia per farci il brodo di tanta, troppa, insulsaggine pseudo-storico-spirituale che alletta la morbosità di certi palati ben poco raffinati. Quasi nessuno conosce o parla invece di un’altra tarsia, in un altra chiesa(S.Domenico) , questa si davvero meritevole di curiosità. Se ne sta in penombra, quasi invisibile, nonostante sia in uno dei luoghi più frequentati della città: la cappella in cui è custodita, per la gioia macabra dei necrofili cattolici, la testa mozzata e mummificata di Caterina. La “santa” impalmata nientepopodimenochè da Gesù Cristo in persona con il prepuzio della circoncisione, che aveva evidentemente conservato per la grande occasione(e stendiamo un velo pietoso sui misteri della mente umana). Per le catalogazioni dei beni culturali trattasi di una raffigurazione di Orfeo in mezzo alle fiere. La mancanza di pubblicità, l’opinione insindacabile delle “autorità” in materia, la scarsa visibilità, disinteresse ignoranza e assenza di spirito critico dei visitatori e un certo degrado della tarsia stessa contribuiscono a tenere in piedi la farsa. E dico farsa perché sono certissimo che si cerchi di occultare qualcosa di estremamente imbarazzante nel contesto cristiano. Perché vedete, Trimegisto, sibille&company, al contrario di quanto in molti siano (stati) convinti, sono perfettamente in linea con la teologia cattolica; fagocitati e digeriti, come tanta altra roba, dalla macchina sincretistica, teleguidata da Roma, che ha spianato la storia degli ultimi 2000 anni. Qui invece parliamo di un messaggio talmente esplicito che tutti potrebbero intenderlo se avessero la possibilità di rifletterci sopra cinque minuti. Ad onor di cronaca venni a conoscenza di questa opera per mezzo del lavoro di una studiosa, Elena Frasca Odorizzi, di cui apprezzai molti dei suoi articoli. Ella ne faceva una lettura ermetico-alchemica partendo dal presupposto che vi fosse rappresentato, come da “autorità” certificato, Orfeo. Dato che il mio “primo amore” per la storia nacque e si sviluppò proprio per merito di Rinascimento ed ermetismo, appena potetti mi recai in loco. Ed in verità, all’epoca, caddi anch’io nella trappola del “se lo dicono gli esperti, allora…”. Ragazzi miei, non c’è niente di peggio della fiducia cieca negli addetti ai lavori per portarci alla atrofia intellettuale… legge universale valida in ogni ambito. Mi ci volle qualche anno, qualche visita e qualche fotografia migliore in più perché si affacciasse in me la vaga sensazione ci fosse qualcosa che non quadrava. A parte il fatto curioso di trovare un immagine senza senso nella teologia cristiana del mito di Orfeo, tuttalpiù avrei concepito un allusione alla discesa agli inferi del Cristo, non certo le belve ammansite. Così concepii finalmente che non si trattava affatto di Orfeo. Punto primo vi era raffigurato un uomo muscoloso nudo e seduto in maniera scomposta, cioè esattamente agli antipodi dell’iconografia classica. Punto secondo non aveva una lira in mano(come molti italiani moderni}, ma uno specchio. Punto terzo solo con una zoomata ravvicinata della testa abrasa(volutamente?) potei scorgere quel che rimaneva dei lineamenti: una testa ed un volto deformi e ferini con tanto di folta chioma e barba incolti. Ed ecco in un lampo la soluzione semplicissima del rebus: “Uomo, osservati e vedrai che non sei altro che una bestia tra bestie”. Indubbiamente una gran verità, ma una verità che, come ben capirete, scuote alle fondamenta i pricipii su cui e stata fondata la (in)civiltà cristiana(e non solo) totalmente, superbamente, homocentrica. Certo, vista in questi termini, qualcuno potrebbe ravvisarvi una sorta di monito a non soggiacere alle passioni bestiali, e forse era questo l’intento dell’autore… ma il risultato è stato, ad ogni modo, ben diverso. E la cura con cui è stato reso inoffensivo rendendolo praticamente quasi illeggibile e fuorviandone l’allegoria testimonia di una certa “scomodità”. Rimarrebbe da approfondire, per chi ne avesse voglia e tempo, se c’è uno specifico motivo simbolico per cui sono presenti certi animali e non altri. Personalmente non sono interessato a spulciare bestiari medievali e mi affascinano, assai più, cose di ben altra natura e succulenza. Perlappunto, niente è mai così semplice come sembra, soprattutto quando parliamo di arte antica, così c’è un ulteriore lettura stratificata sopra quella base. Molto più sottile ed “esoterica”, nonché significativa per il mio percorso, e che fa parte di un quadro assai più ampio. Ma di questo parlerò in altra data e in altra sede… forse

0029. Imponderabilità

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. (Arthur Shopenhauer)

Meglio conosci gli esseri umani più te ne tieni a debita distanza, questo è certo. Ed il vecchio Arturo li conosceva fin troppo bene, anche se mi risulta alquanto sospetto il dover giustificare a se stesso la propria misantropia con le succitate parole. Ad ogni buon modo non conosceva affatto i porcospini; soprattutto non ha evidentemente mai avuto il piacere di accarezzarne uno… almeno non dal verso giusto. Le relazioni sono sempre pericolose, ma senza cosa saremmo?

Morale: Nessuno sa tutto; e senza gli altri nessuno saprebbe niente

e vale per chiunque, anche per il vecchio orso Shopy. Infinitamente più illuminato lo Zarathustra di Nietzsche che nauseato dalla folla si ritirò tra le montagne per un certo tempo ma che poi saggiamente ne ridiscese per tornare tra gli uomini, altrimenti la sua esistenza sarebbe stata sterile ed inutile per se stesso quanto per il suo prossimo